Dal 13 luglio 2026 in Italia sono pienamente in vigore i nuovi limiti sui PFAS nell’acqua potabile, con controlli che arrivano fino al rubinetto di casa. Nelle settimane successive le prime analisi hanno segnalato alcuni pozzi fuori norma, e la domanda è diventata inevitabile: ci sono PFAS nell’acqua del rubinetto di casa nostra? Proviamo a rispondere con ordine, senza allarmismi e senza minimizzare.
Cosa sono i PFAS e perché li chiamano “inquinanti eterni”
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) sono una famiglia di migliaia di composti chimici di sintesi, usati dagli anni Cinquanta per rendere i materiali resistenti ad acqua, grassi e calore: pentole antiaderenti, tessuti impermeabili, imballaggi alimentari, schiume antincendio, molti processi industriali.
Il soprannome “inquinanti eterni” nasce dal legame tra carbonio e fluoro, uno dei più stabili in chimica: in natura queste sostanze si degradano pochissimo, viaggiano con l’acqua e possono accumularsi nell’organismo. Alcune sono associate a effetti sulla salute: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha classificato il PFOA come cancerogeno per l’uomo e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha fissato una dose settimanale tollerabile per quattro PFAS. Come per ogni contaminante, il rischio dipende da quantità e durata dell’esposizione: è proprio per questo che esistono limiti di legge. Ne abbiamo parlato anche nell’articolo sulle nuove sostanze inquinanti nelle acque.
PFAS nell’acqua potabile: i limiti in vigore e chi controlla
Le regole partono dalla direttiva europea 2020/2184 sulle acque potabili, recepita in Italia con il D.Lgs. 18/2023 e aggiornata dal D.Lgs. 102/2025. I valori principali sono tre:
- Somma di PFAS: 0,1 microgrammi per litro (100 nanogrammi per litro), calcolata su un elenco di PFAS indicato dalla norma. È il limite europeo, applicabile da gennaio 2026.
- Somma di 4 PFAS (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS): 0,02 microgrammi per litro (20 nanogrammi per litro). È un limite più severo di quello europeo, introdotto dall’Italia: la Legge di Bilancio 2026 ne ha rinviato l’applicazione di sei mesi, fino al 13 luglio 2026.
- TFA (acido trifluoroacetico): 10 microgrammi per litro, da gennaio 2027. Il TFA è un PFAS a catena ultracorta, molto diffuso e più difficile da trattenere.
Un punto importante: i limiti vanno rispettati nel punto in cui l’acqua esce dal rubinetto, non solo alla fonte. I controlli interni spettano al gestore del servizio idrico, quelli esterni all’ASL, con il coordinamento della Regione e il supporto dell’Istituto Superiore di Sanità. Quando un limite viene superato, gestore e autorità devono intervenire (trattamenti aggiuntivi, chiusura di pozzi, cambio di fonte o limitazioni d’uso) e informare la popolazione. La Commissione europea riassume le nuove tutele in questa nota ufficiale.
L’acqua del rubinetto è sicura?
Nella gran parte d’Italia l’acqua di rete è controllata con regolarità e rispetta i parametri di legge. Le criticità riguardano soprattutto zone precise, legate a contaminazioni industriali presenti o passate. Il caso più noto è quello del Veneto, ma secondo quanto riportato a fine luglio da stampa e associazioni ambientaliste, i primi controlli con i nuovi limiti hanno trovato superamenti anche in alcuni pozzi delle province di Bergamo e Pordenone, in Trentino e in pozzi privati del Vicentino.
In pratica: i limiti più severi fanno emergere situazioni che prima non venivano rilevate, e questo è un bene. Ma non significa che l’acqua di tutti sia contaminata. Attenzione invece ai pozzi privati: non rientrano nei controlli pubblici sulla rete e le analisi spettano al proprietario.
Come sapere se nella tua zona ci sono PFAS nell’acqua di casa
- Sito del gestore idrico: i gestori devono mettere a disposizione informazioni aggiornate sulla qualità dell’acqua, spesso consultabili per Comune. Cercate le voci “somma di PFAS” e “somma di 4 PFAS”.
- Comune, ASL e Regione: in caso di superamenti pubblicano avvisi e ordinanze, con le indicazioni su come usare l’acqua.
- Pozzo privato: serve un’analisi in un laboratorio accreditato, chiedendo esplicitamente la ricerca dei PFAS, che non fanno parte delle analisi di base.
Una precisazione onesta: i PFAS si misurano solo con analisi di laboratorio specifiche. Nessun test rapido casalingo li rileva in modo affidabile.
Come ridurre i PFAS in casa: cosa funziona davvero e cosa no
Se nella vostra zona ci sono stati superamenti, o semplicemente volete un margine in più, esistono trattamenti al punto d’uso efficaci. Non tutti, però.
Cosa funziona
- Osmosi inversa: la membrana ha pori finissimi e trattiene la gran parte dei PFAS, compresi quelli a catena corta. In uno studio di Duke University e North Carolina State University (2020) su filtri domestici, i sistemi a osmosi inversa sottolavello hanno ridotto i PFAS in media del 94% circa. Richiede manutenzione regolare (filtri, membrana, sanificazione). Se vi preoccupa la sicurezza dell’acqua osmotizzata, trovate le risposte nell’articolo l’osmosi inversa è sicura per la salute?
- Carbone attivo di qualità (a blocco o granulare, con un tempo di contatto adeguato): funziona bene sui PFAS a catena lunga, meno su quelli a catena corta. Nello stesso studio la riduzione media è stata del 73%, ma con risultati molto variabili. La sostituzione puntuale della cartuccia è decisiva: un filtro esaurito smette di trattenere.
Cosa non funziona
- Bollire l’acqua: i PFAS resistono al calore e non si eliminano. Anzi, facendo evaporare parte dell’acqua la loro concentrazione può aumentare leggermente.
- Caraffe filtranti generiche: contengono poco carbone e l’acqua ci passa in fretta. Sono pensate soprattutto per cloro e sapore: senza dati di prova specifici sui PFAS, non contateci.
- Addolcitori: riducono il calcare, non i PFAS. Sono utili per altri motivi, non per questo.
Qualunque sistema scegliate, chiedete dati di prova sulla riduzione dei PFAS e un piano di manutenzione chiaro. Nessun trattamento garantisce la rimozione totale: l’obiettivo realistico è ridurre il più possibile. Trovate le soluzioni per la casa nella nostra linea di depuratori domestici.
Acqua in bottiglia: sì o no?
Se il gestore o il Comune indicano di non bere l’acqua di rete, l’acqua in bottiglia è una soluzione temporanea sensata. Ma non è automaticamente “senza PFAS”: le acque minerali seguono una normativa diversa e diverse indagini di associazioni ambientaliste e dei consumatori hanno trovato tracce di TFA anche in acque minerali vendute in Italia e in Europa. A questo si aggiungono costi, plastica e trasporto. Se l’acqua della vostra rete è conforme, i PFAS da soli non sono un motivo per passare alla bottiglia.
In breve: le domande più frequenti
Si possono eliminare del tutto i PFAS dall’acqua di casa?
Nessun sistema garantisce il 100%. Un impianto a osmosi inversa ben dimensionato e mantenuto li riduce in misura molto elevata.
Bollire l’acqua serve contro i PFAS?
No. La bollitura elimina i microrganismi, non i PFAS, che possono persino concentrarsi un po’.
È pericoloso fare la doccia con acqua che contiene PFAS?
Secondo le agenzie sanitarie la via di esposizione principale è bere l’acqua e usarla per cucinare; l’assorbimento attraverso la pelle è considerato ridotto. In caso di superamenti, seguite comunque le indicazioni di Comune e ASL.
Cosa fare se nella mia zona i limiti sono stati superati?
Seguite gli avvisi del gestore e del Comune, usate per bere e cucinare le fonti indicate e valutate un trattamento al punto d’uso, come l’osmosi inversa, installato e mantenuto correttamente.
Conoscere la propria acqua è il primo passo
Prima di scegliere qualsiasi trattamento conviene sapere che acqua arriva al vostro rubinetto. Con il nostro test gratuito dell’acqua a domicilio un tecnico Clearwater ne verifica le caratteristiche principali e vi aiuta a capire se un depuratore ha senso nel vostro caso, e quale. Per i PFAS, come detto, fanno fede le analisi di laboratorio del gestore o di un laboratorio accreditato.



